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Vangelo diffuso nelle case,ma in pochi lo aprono Una nuova ricerca.

“Il Vangelo e gli italiani” è il titolo di una ricerca del Censis che rileva come il testo fondamentale per la religione cristiana sia notevolmente diffuso nella case ma poco letto e conosciuto. Come interpretare questi dati? Roberta Gisotti ne ha parlato con Andrea Monda, docente di religione.

Il 70% cento degli italiani possiede un copia del Vangelo in casa, ma il 50% non lo ha mai aperto e il 20% lo ha fatto raramente. Il 60% ritiene i suoi valori fondamentali per tutti, anche per i non cristiani, circa il 50% lo reputa un testo importante del patrimonio culturale e spirituale del Paese ma quasi il 45% non sa dire quanti sono gli evangelisti e il 12% non ne conosce i nomi. Più disinteressati sono le persone di mezz’età, rispetto a giovani e anziani. Prof. Monda, dati contraddittori?

Sono complessi, vanno letti attentamente. Certo, mettono il dito sulla piaga; innanzitutto sulla piaga della lettura, cioè gli italiani sono scarsi in questa pratica: non siamo un popolo di lettori. Mi pare che già Leopardi dicesse che siamo un popolo di scrittori più che di lettori: tutti scriviamo, nessuno legge. Io, come docente di religione, quest’oblio del Vangelo e della Bibbia in generale, lo riscontro quotidianamente con i miei studenti: le parole della religione fanno parte di un lessico non più familiare.

È vero pure che quasi il 50% considera il Vangelo una parte importante del nostro patrimonio culturale. Cioè, la considerazione e la stima che gli italiani continuano ad attribuire al Vangelo è altissima: sono gli anziani e i giovani che hanno questa stima, mentre la mezza età ha perso contatto. Secondo me, questo è un dato su cui riflettere e mi sembra purtroppo molto vero. Lo riscontro quando vengono a parlare i genitori dei miei alunni.

Tra i cattolici praticanti sono molti quelli che si limitano ad ascoltare il Vangelo durante la Messa e poi non lo aprono più; questo nonostante i tanti richiami che vengono fatti dai sacerdoti e dal Papa stesso…

Il Papa fa bene, insiste molto perché il problema c’è. E lo dice bene il presidente del Censis, De Rita: noi cattolici non leggiamo il Vangelo proprio perché lo ascoltiamo. Non siamo una religione del libro come per gli ebrei o gli islamici, dove c’è proprio un contatto diretto; e nemmeno forse come i protestanti, che invece, sono molto attenti alla dimensione del libro. Lutero nasce quando nasce anche la stampa.

Proprio il fatto che sia il libro, non più ascoltato nelle piazze, nelle chiese, ma letto – un libro accessibile, disponibile a tutti, a ciascuno – forse anche questo, secondo me, ha permesso la svolta luterana. Noi ascoltiamo il Vangelo e quasi lo diamo per ‘liquidato’. Il Papa fa benissimo a dire: “No, portatevelo nella quotidianità, portatevelo in tasca”; perché, se noi riduciamo il Vangelo a un momento, magari anche emotivo come può essere anche l’ascolto di una buona omelia del sacerdote, stiamo ‘inaridendo’ questa fonte straordinaria che è il Vangelo.

 Prof. Monda, quindi, la lettura del Vangelo può essere considerata anche un atto di responsabilità da parte di chi si dichiara credente…

Assolutamente sì, perché altrimenti si vive il cristianesimo – appunto – in maniera deresponsabilizzata. È una sorta quasi di clericalismo: c’è il sacerdote che ci legge il Vangelo e il mio rapporto con Gesù finisce qui. No, dobbiamo camminare anche noi con le nostre gambe, e possiamo farlo, anche perché, per il credente, Dio si è rivelato in un libro, in una narrazione, in un racconto. E non si può circoscrivere il nostro rapporto con questo racconto ad un momento così isolato della settimana o durante l’anno. Sì, è il momento di crescere e di diventare responsabili anche da questo punto di vista.